Nella nostra Costituzione troviamo consacrato il principio di eguaglianza. L’articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico   e   sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Ma quanta uguaglianza c’è nel nostro paese?

Importanti Rapporti ci dicono che la diseguaglianza fra le classi sociali è cresciuta del 33 per cento dopo gli anni Ottanta, contro una media Ocse del 12 per cento. Il triplo. A proposito, l’Ocse (nel 2011) attesta che il 10 per cento degli italiani ha guadagni oltre 10 volte superiori al 10 per cento dei più sventurati.

In Italia, una famiglia su quattro versa in condizioni di disagio sociale. E’ ciò che emerge dal rapporto Noi Italia pubblicato dall’Istat, secondo il quale, nel 2011, sei famiglie su dieci (il 58%), hanno vissuto con uno stipendio inferiore ai 2.500 euro mensili, ovvero (29.956 euro annui, circa 2.496 euro al mese).L’istituto di statistica rileva, inoltre, come la disuguaglianza nella distruzione del reddito sia particolarmente alta in Campania e in Sicilia, dove il reddito medio annuo è inferiore di oltre il 28% rispetto a quello del resto della Penisola. In Sicilia, inoltre, metà delle famiglie vive con 17.804 euro annui, circa 1.484 euro mensili.

La disuguaglianza è solo negativa? Se lo chiede l'Ocse nell'ultimo rapporto (2015), "In It Together: Why Less Inequality Benefits All", e si tratta di una domanda legittima perché la questione emerge spesso. "D'altra parte - si legge ancora nel rapporto - maggiore disuguaglianza significa che alcune persone - i ricchi- hanno migliori opportunità di sfruttare diversi vantaggi. Le famiglie povere possono non essere in grado di far studiare i loro figli quanto sarebbe necessario, o possono non permettersi un'istruzione di alta qualità, danneggiando così i loro futuri guadagni. E quindi può essere difficile per loro investire in nuove opportunità". In definitiva, per i poveri non esiste l'opportunità di mettersi in gioco per raggiungere i ricchi, perché per mettersi in gioco, per andare avanti, per salire sull'ascensore sociale occorrono soldi. E quindi chi non ha soldi non ha opportunità, e non può offrirne ai propri figli, e così la disuguaglianza si allarga e si perpetua.

Quanta tensione c’è nelle forze politiche per cercare di dare attuazione a quel “compito” della Repubblica di rimozione degli ostacoli che limitano l’eguaglianza e di conseguenza lo sviluppo della persona umana?