Sappiamo com'é andata finire: inaspettatamente il potere di Berlusconi si è dissolto tra le lenzuola di ruffiani e bagasce al seguito, e per l'ignoranza dei suoi servi, veri apprendisti stregoni: hanno confezionato una legge sulle incompatibilità (Legge Severino) la cui ghigliottina ha funzionato brillantemente, ironia della sorte,  solo per Silvio Berlusconi.
Insomma Berlusconi non è caduto di certo per l'intransigenza dei suoi oppositori. Proprio per tale ragione al berlusconismo è succeduto il renzismo.  Il renzismo è di destra e costituisce una versione molto più pericolosa del berlusconismo. Il renzismo, basta guardare gli atti di governo, è ben lontano dal porsi come obiettivi politici la tutela delle libertà e la realizzazione di riforme che puntano all'attuazione della giustizia tra i cittadini.
Berlusconi ha saputo pensare ai suoi interessi. Poco ai poteri forti; i suoi cortigiani speravano che pensasse anche ai loro; i delusi sono rimasti in molti. Ecco allora che le caste, le lobby di varia natura, le organizzazioni finanziarie e bancarie, i soggetti ai quali le regole della democrazia provocano l'orticaria, i cortigiani che vivono di denaro pubblico, i questuanti di appalti senza gare, i finti liberali e liberisti, quelli che si riempiono la bocca dei valori sociali ma non esitano a legittimare il manganello, i progressisti che in nome di una falsa idea della modernità bramano libertà di devastazione del territorio e dell'ambiente, gli evasori fiscali, i prepotenti e i furbi, le varie criminalità dei colletti bianchi, hanno trovato in Renzi colui che finalmente potrà essere in grado di realizzare i loro desideri.  Anche perché, Renzi, a differenza di Berlusconi, non  ha necessità di tutelare suoi interessi personali. A lui basta il potere. Adesso anche gli eletti traslocano senza pudore dal partito dell'ex padrone, dove erano stati eletti, per salire sul carro del nuovo pifferaio.
Se volessi sintetizzare in poche parole il tratto distintivo della storia politica italiana, direi che ci manca il senso dell'appartenenza ad una comunità. Rispettiamo le regole solo se abbiamo paura delle conseguenze sanzionatorie, non perché riteniamo che servano a tutelare i diritti di tutti. Lo Stato resta ancora qualcosa di estraneo: a volte nemico, a volte mucca da mungere.
Il personale politico non possiede cultura amministrativa per la tutela della comunità. Meno che meno quella cultura amministrativa per cui si costruisce oggi per le generazioni che verranno. Invece, alla generalità delle persone i politici possono raccontare menzogne; essi rispondono solo a coloro con cui possono contrattare denaro e potere. Si è diffusa una mentalità per cui il cittadino conta se appartiene a un "gruppo di pressione": quello che poi è importante è che il "gruppo" abbia il potere contrattuale di stipulare accordi, ottenere privilegi. Manca un'etica condivisa. Insomma, siamo transigenti per prassi consolidata. L'intransigenza non ci appartiene e i (pochi) politici intransigenti sono guardati con sospetto.
L'intransigenza non è una virtù politica. Eppure la Costituzione italiana racchiude tutti gli strumenti per essere intransigenti. Intransigenti non vuol dire, nella dimensione attuale, essere incapaci di accomodamenti o di compromessi. Questi possono esserci, eccome. Soprattutto nella ricerca di soluzioni condivise. Significa semplicemente non perdere di vista quei valori di libertà e giustizia sostanziale, e i valori che da essi discendono, che costituiscono la bussola di ogni compromesso politico.
Adesso si cerca di minare ai valori della carta costituzionale. Siamo chiamati, per il bene di questo Paese, a essere intransigenti.