Lasciò la sala giochi senza salutare, tanto agli altri il suo saluto non importava, e da Contra' Venti Settembre si diresse a passo svelto verso Ponte degli Angeli. Non c'era nessuno in giro a quell'ora e i bar erano oramai tutti chiusi. Percorse un centinaio di metri  e  si  fermò,  respirò  profondamente  e  liberò  nell'aria  umida  una  nuvoletta  di vapore. Infilò la mano nella tasca interna del cappotto ed estrasse il portafogli: neanche mezza banconota. Passò in rapida rassegna le tessere: di quella del supermercato non sapeva cosa farsene, quella sanitaria era inutile, la carta di credito era bloccata da mesi.

Rimaneva il  bancomat. Pensò di prelevare,  ma desistette, conosceva già la risposta:
mancanza fondi. "Maledette banche!", sibilò a bassa voce.
Ripose  il  portafogli  e  infilò  le  mani  nelle  tasche  dei  pantaloni.  Rovistò  bene.  Da quella destra estrasse delle monete. Le contò: cinque da un euro. Pochi per una nuova giocata.
Con passo incerto riprese a camminare.
Una leggera nebbia era scesa sulla città. La luce rossastra dei lampioni si rifletteva nelle minuscole particelle d'acqua. Le strade e i palazzi, avvolti dalla nebbia colorata, assumevano un aspetto fiabesco. Regnava il silenzio, si sentiva solo il rumore delle sue scarpe.
Arrivò  in  piazza  Venti  Settembre.  Incerto  sulla  direzione,  si  fermò,  per  meglio riflettere. Improvvisamente il silenzio venne rotto dal rombo di un motore non lontano.
Lentamente il rumore si attenuò, poi sparì del tutto e il silenzio tornò ad avvolgere le strade e le case.
Decise di andare in Piazza dei Signori.  
Giunto al Ponte degli  Angeli, si fermò nuovamente. Si sporse dalla balaustra per osservare il Bacchiglione: era nero come la pece. "Potrei anche gettarmi e farla finita.
Sarebbero tutti contenti. Anche quella stronza di Daniela". Si sporse dalla balaustra, sorrise beffardo: "Buttandomi da questo ponte non morirei, nel peggiore dei casi, mi romperei qualche osso".
Osservava l'acqua del  fiume che scorreva e  dalla quale saliva un leggero vapore.
"Hai ragione, Daniela, forse lo stronzo sono io. Lo so che mi vuoi bene. Anch'io te ne voglio.  Se  solo  avessi  azzeccato  quel  poker,  adesso  avrei  centomila  euro!  Capisci, Daniela? Centomila euro! La serata era partita bene, avevo vinto. Sentivo che era la serata giusta. Lo sentivo, lo sentivo. Non so cosa sia successo. Io sento che questa è la serata giusta. Se solo avessi cinquanta eurini. Brutto fiume di merda che trasporti solo immondizie! Io ci piscio sulle tue luride acque!".
Si  guardò  intorno.  Non  c'era  nessuno.  Aprì  la  patta  dei  pantaloni  e  cominciò  a urinare lasciando filtrare il getto attraverso le sbarre della ringhiera del ponte.
Si ricompose e riprese a camminare. Non aveva voglia di rientrare a casa. Sentiva che doveva fare ancora qualcosa per giocare. Era la serata giusta.
Si avviò verso corso Palladio. L'acciottolato in porfido era ricoperto di coriandoli e stelle filanti. Giunse all'incrocio con contra' Santa Barbara. Si guardò intorno.
Renato Martini aveva trentaquattro anni. Altezza media, folti capelli castani. Occhi scuri,  vispi  e  inquieti.  Era  sposato  con  Daniela.  Avevano  due  figli,  ma  da  sei  mesi vivevano separati. Lei non sopportava più il suo vizio del gioco. In casa la vita era diventata un inferno perché Renato pretendeva soldi, sempre. Denaro da spendere con tutti i giochi. Esasperata, Daniela era andata via di casa portando con sé i bambini.
Imboccò contra' Santa Barbara e giunse in Piazza dei Signori.  
Con la nebbia la Piazza è più bella che in pieno sole. La Basilica palladiana: il gioco delle colonne e degli archi diventa vertiginoso da restare a bocca aperta. Ma in quel momento a Renato Martini non importava niente della piazza, delle colonne e degli archi. A lui interessava un altro tipo di vertigine: quella che gli procurava la slot.  
Non  c'era  nessuno.  Con  passo  incerto  avanzò  una  ventina  di  metri  e  si  fermò  a osservare attentamente la Basilica: vi proveniva uno strano rumore, come di cigolio di rotelle  sul  selciato.  Scorse  la  sagoma  di  un  uomo  che  camminava  lentamente  nella loggia inferiore trainando un carrellino a due ruote, del tipo di quelli che le persone anziane usano per la spesa. Era un barbone in cerca di una sistemazione per la notte.
Lo riconobbe. Era Gelmino, almeno così tutti lo chiamavano.  
Renato Martini si avvicinò alla Basilica, senza farsi vedere. Si nascose dietro una colonna. Respirò profondamente, per darsi forza e per alleviare la tensione. Non aveva mai  rapinato  nessuno,  era  la  prima  volta.  Per  un  attimo  si  vergognò  al  pensiero  di portare via del denaro a quel poveraccio, ma doveva farlo, non c'era nessun altro in giro. Quella era la serata giusta. Il destino glielo chiedeva. Dopo avrebbe ricompensato Gelmino, gli avrebbe restituito i suoi soldi e gliene avrebbe regalati tanti. La decisione gli sembrò saggia e si sentì rincuorato.
Si  sporse  lentamente  per  osservare  i  movimenti  del  barbone.  L'uomo  con  molta lentezza adagiò per terra dei cartoni, vi si sedette sopra e avvicinò a sé il carrello dal quale  estrasse  una  lurida  coperta.  Si  coricò  sistemandosi  la  coperta  così  da  esserne bene avvolto.
"Dai, Renato! Andrà tutto bene!".  
Lasciò la colonna e si avvicinò al barbone: - Gelmino, hai fuoco?
- Chi sei?
- Matteo! - mentì Renato, - Ti vedo spesso all'osteria Pitanta. Ho l'accendino scarico e non c'è un tabaccaio aperto.
L'uomo si girò sul fianco sinistro, con la mano destra rovistò nella tasca del lurido giaccone ed estrasse l'accendino. Tenendo tra le labbra la sigaretta, Renato s'inchinò sulla  fiammella.  Osservò  il  volto  rugoso  di  Gelmino,  la  barba  incolta.  Aspirò profondamente mentre si rimetteva dritto.  
- Dammi una sigaretta anche a me, per favore, - chiese il barbone.  
Renato aprì il pacchetto, ne estrasse una e gliela porse. Non voleva che Gelmino toccasse il pacchetto con le sue manacce sporche. L'uomo prese la sigaretta e la portò alla bocca. Azionò con il  pollice l'accendino e dopo aver  acceso, aspirò a  lungo ad occhi chiusi. Renato con sveltezza aprì la cerniera del carrellino e afferrò il portafogli.
Gelmino  se  ne  accorse  e  con  sorprendente  rapidità  agguantò  la  caviglia  dell'altro.
Renato cercò di liberarsi, ma la sua gamba  era come stretta in una morsa. Gelmino possedeva una forza inimmaginabile. Renato non riusciva proprio a liberare la gamba, sferrò allora un pugno diretto al volto che Gelmino però riuscì a schivare.  
- Pezzo di merda, non toccare i miei soldi! Figlio di puttana!
Renato  non  riusciva  in  nessun  modo  a  liberare  la  gamba,  quell'altro  gli  si  era attaccato con tutte e due le braccia. Cominciò a colpire al volto e alla testa il povero barbone.  Un  pugno  forte  e  violento  colpì  al  naso  Gelmino  rompendogli  l'osso.  Il sangue  cominciò  a  colare.  A  causa  del  dolore  allentò  la  presa  e  solo  allora  Renato riuscì a liberarsi dandosi alla fuga.  
Nella piazza echeggiava la voce stridula di Gelmino:
- Noo! Dammi i miei soldi. Pezzo di merda! Dammi i miei soldi!  
Una coppia di giovani passava nelle vicinanze, sentì le urla disperate e si avvicinò per prestare soccorso.
Renato, lasciata la Piazza, imboccò corso Palladio, dirigendosi rapidamente verso le slot.  
Giunto al ponte si fermò, gli mancava il respiro. Si appoggiò alla ringhiera. Era da una vita che non correva così tanto. Si avvicinò al lampione e si guardò le mani: nella destra  teneva  stretto  il  portafogli  di  Gelmino.  Si  accorse  che  le  mani  erano insanguinate. Aprì il portafogli: centonovanta euro. Sogghignò, intascò le banconote avendo cura di non sporcarle di sangue e lanciò il portafogli nel Bacchiglione.