Era una sera d’agosto e regnava una quiete quasi irreale.
La città sembrava disabitata. Quel primo venerdì del mese, molti erano partiti per le ferie. Altri avevano lasciato le loro abitazioni per raggiungere località di montagna dove trascorrere il fine settimana al fresco. Infatti, la calura opprimente - nelle ore pomeridiane si raggiungevano i trentotto gradi - perdurava da metà giugno. Anche la sera faceva molto caldo e di notte si dormiva male. Era davvero insopportabile.
Giulia Clementi se ne stava in terrazzo, seduta su una sdraio di legno. Leggeva poesie di Emily Dickinson. Dalla sala provenivano le note di B Minor Waltz da You Must Believe in Spring di Bill Evans.

Tutto intorno era sereno, ma la sua mente era pervasa dalla tristezza della separazione. Ci sono momenti in cui niente riesce ad attenuare l’immenso dolore dei rimpianti e la rabbia provocata dai rimorsi.

Roberto aveva chiesto di separarsi consensualmente e di fare in fretta con la scusa che la figlia Letizia non soffrisse. La verità è che era innamorato pazzo di quella di Bassano. Giulia non aveva opposto nessuna resistenza. Non aveva chiesto di riflettere bene o di parlarne con qualcuno. Avevano provato a discuterne fra di loro. Ma ragionare non era servito a niente. Anzi, lui era bravissimo a farla sentire in colpa. Nel giro di poco tempo Roberto aveva scoperto tutti i suoi difetti e glieli aveva rinfacciati uno per uno: di trascurarlo con la scusa di dover lavorare ai fascicoli dei processi penali, di non occuparsi della casa, di rispondergli sempre senza  dargli ragione almeno una volta, di criticarlo per la qualità della carne acquistata al supermercato, di non sapere caricare ordinatamente la lavastoviglie, di dimenticare sempre le luci accese, di respingere gli inviti degli amici e, infine, ma non meno importante, non prendere mai l’iniziativa a letto.
Giulia esprimeva le sue ragioni, ma al termine di ogni discussione aveva torto. Perciò aveva affrontato la separazione con rassegnazione e ne aveva accettato la sofferenza facendo appello a tutta la sua razionalità, consapevole che nella vita di una coppia non c’è niente di veramente importante da decidere: tutto avviene da sé e l’abbandono, terribilmente doloroso, è quanto di meglio ci possa accadere.
Ma qualche volta, soprattutto la sera, dopo aver dato la buona notte a Letizia, si lasciava andare a un lungo e silenzioso pianto.
Dopo una settimana che Roberto si era trasferito a Bassano del Grappa, Giulia aveva deciso di lasciare la vecchia abitazione e di cercare una nuova soluzione. Basta! Vita nuova! Rimboccarsi le maniche e guardare avanti! Grazie al maresciallo Baricco che le aveva fatto conoscere un amico architetto, Alberto Venini, aveva trovato un bellissimo attico: comodo, spazioso e con un bel terrazzo dove collocare numerose piante in modo da ricreare un angolo di verde. Lo aveva arredato con mobili nuovi. Aveva portato con sé solo i tappeti a cui era molto affezionata. Viveva così a due passi dal centro e non lontano dalla scuola della figlia, presso l’Istituto Farina. La vista era splendida: lo sguardo poteva girare, in senso orario, da Monte Berico fino al Pasubio, all’Altopiano di Asiago e al monte Grappa.
Aveva voglia di fare cose nuove e ogni tanto si chiedeva se avesse ancora senso rimanere: non era il caso di chiedere il trasferimento in Sicilia? Però Letizia si trovava bene a Vicenza e aveva stretto molte amicizie. Non è che questa fosse una scusa? Nonostante tutto, in fondo al suo cuore Roberto era ancora presente. E se lui un giorno si fosse presentato dicendo “Giulia, ti chiedo perdono. Ho fatto una cazzata. Torniamo a stare insieme?”, lei come avrebbe risposto? Probabilmente avrebbe fatto una cosa  inimmaginabile prima: lo avrebbe riempito di schiaffi!
No, non era capace.
“Perché tornare insieme?”, si chiedeva spesso. Se Roberto era andato con quella di Bassano, evidentemente qualcosa non aveva funzionato fra loro. E a ciò che non aveva funzionato, si poteva porre rimedio?
“Non c’è alcuna fretta di rispondere”, concludeva Giulia Clementi.
Nella solitudine di quei giorni, solitudine vissuta come scelta, percepiva che qualcosa di importante stava avvenendo in lei. Era certa che proprio tale condizione fosse il modo migliore per apprezzare pienamente le trasformazioni che stavano accadendo.
Guardò l’orologio al polso: segnava le ventitré e trentacinque. Non si sentivano più voci, né rombi di motore. Il lettore del cd si era spento automaticamente.
Tutto era immerso nel silenzio.
Improvvisamente squillò il cordless che era sul tavoli netto accanto alla sdraio. Ebbe un soprassalto. Prese in mano l’apparecchio e osservò il display. Il numero che lampeggiava aveva il prefisso di Vicenza, ma non era un numero noto. “Chi sarà a quest’ora?” si chiese, incerta se rispondere.
Scelse di farlo.
– Pronto.
– Buona sera, dottoressa. Sono Baricco! – disse il maresciallo con tono solenne, tanto che Giulia Clementi stava per mettersi a ridere nel sentirlo presentarsi con il cognome e non con il nome, come abitualmente oramai accadeva. Ben consapevole che per telefonare a quell’ora fosse successo qualcosa di grave, chiese:
– Gianni! Dove sei? Da dove chiami?
Anche il maresciallo Baricco era rimasto in città, sarebbe andato in ferie a settembre, com’era sua abitudine.
– Mi trovo a casa della signora Bertilla Rigodanzo.
– E chi è?
– La signora ha telefonato, – proseguì il maresciallo con tono stentoreo, – per denunciare la scomparsa del marito Leone Campesan. Questi è il proprietario della Lion Compressors, l’azienda dove lavorano i Carraro…
– La povera Sonia Carraro!
– Appunto. L’uomo, sessantacinquenne, è uscito di casa poco prima delle quattro di oggi pomeriggio dicendo che andava in centro e che sarebbe rientrato, come al solito, per l’ora di cena.
– E invece?
– La moglie, non vedendolo rincasare, ha cominciato a cercarlo al telefono, ma il cellulare risulta spento. Ha telefonato ad alcuni amici con i quali il marito si trova abitualmente per la passeggiata, ma le è stato risposto che non si era mai visto e che anzi erano stupiti per l’assenza.
Il signor Campesan è molto abitudinario e la moglie non riesce a spiegarsi questo silenzio.
– Sonia Carraro… La donna uccisa in casa e ritrovata nel bagagliaio della sua auto…
– Proprio così. Sono passati appena tre mesi da quel triste fatto.
– Sono stati sentiti i figli?
– I signori Campesan non hanno figli. I parenti più stretti sono dei nipoti della signora Bertilla.
– Li hai già sentiti?
– Sì, li ho chiamati, ma non vedono gli zii da molto tempo e non sanno nulla. Io intanto procederei con l’ispezione della casa.
– Ok. Chiamami a qualsiasi ora.
“Fine della pace, meglio così”, pensò Giulia, lasciandosi sprofondare nella comoda sdraio. Immergersi nelle indagini di un nuovo caso era il miglior rimedio per sentirsi viva.
Non riprese la lettura, rimase immobile. Volse lo sguardo verso il cielo. Nonostante il riverbero delle luci della città, distinse nettamente le stelle più luminose: l’orsa maggiore e quella minore. Quindi individuò la stella polare. Presto sarebbe stata la notte di San Lorenzo. Rimase ancora immobile per alcuni minuti a osservare il cielo stellato. Dopo un po’ si alzò e andò in cucina. Aprì il frigo. Nella bottiglia era rimasto ancora del durello che versò in un bicchiere. “Sonia Carraro, che triste fine. Che rabbia!” si disse Giulia, sorseggiando il vino. Rabbia perché le indagini erano ferme e non si sapeva dove sbattere la testa. I malviventi, quasi sicuramente tre, spariti, volatilizzati, nessuna traccia!
Sonia Carraro era stata assassinata il quattro maggio di quell’anno. Era figlia di Attilio Carraro, socio di Leone Campesan, e di Elena Bordignon. Aveva trentaquattro anni compiuti da poco. Il corpo era stato rinvenuto nella notte dentro il bagagliaio della sua auto.
Questa la più attendibile ricostruzione dei fatti.
Aveva pranzato con un’amica in un bar del centro. Alle quattordici e trenta era andata a trovare la madre, intrattenendosi con lei fino alle quindici e trenta. Dopo quell’ora nessuno l’aveva più vista né sentita. Presumibilmente era tornata a casa verso le sedici.
Il marito, Alessandro Bolfe, dirigente della Lion Compressors, era rientrato alle ventuno. L’abitazione era una grande villa nel quartiere Laghi, a nord di Vicenza. L’uomo aveva raccontato di non averla mai sentita quel pomeriggio, di aver notato, appena arrivato, l’auto della moglie in garage e di aver parcheggiato la sua accanto. Era convinto che fosse in casa e che avesse preparato la cena. Le luci erano accese. Si era diretto in cucina, ma la tavola non era apparecchiata. Aveva cominciato a chiamarla, senza ottenere alcuna risposta. Quindi aveva fatto un giro per le camere, ma della moglie nessuna traccia. Regnava un moderato disordine che non sarebbe stato notato se non fosse che la signora Sonia Carraro aveva una cura quasi maniacale della casa. Sulle prime, Bolfe non aveva dato importanza e aveva iniziato a telefonare al cellulare, ma l’apparecchio era rimasto in una tasca dello spolverino e, come ovvio, suonava inutilmente. Stranamente lo spolverino era appeso alla piantana dell’entrata. Bolfe, allora, aveva deciso di telefonare a parenti e amici, ma nessuno sapeva nulla di Sonia. A questo punto, temendo un sequestro di persona, aveva chiamato i carabinieri.
Il maresciallo Baricco e altri quattro uomini del Nucleo Operativo avevano effettuato una rapida, ma minuziosa ispezione della casa. L’auto della donna era in garage con le chiavi inserite. Avevano trovato gli occhiali da vista sotto un divano, ma una lente era rotta. Ciò poteva far supporre una certa resistenza della vittima.
– Sì, questi sono gli occhiali che Sonia porta abitualmente, – aveva affermato il marito. – Non può essersi allontanata da sola senza i suoi occhiali.
Con l’aiuto delle indicazioni fornite dal signor Bolfe, si era appurato che tutti gli armadi e tutti i cassetti erano stati ben esplorati dai malviventi i quali, senza creare disordine, avevano perlustrato, in modo millimetrico, ogni angolo. Per farlo avevano impiegato sicuramente molto tempo.
A tarda ora i carabinieri avevano lasciato la casa. Bolfe non era andato a dormire ed era rimasto sveglio aspettando notizie. Seduto sul divano, guardava svogliatamente la televisione, ma continuava ad alzarsi per fare il giro delle stanze, alla ricerca di cosa neppure lui lo sapeva. Intorno alle tre di notte, la macabra scoperta. Aveva deciso di perlustrare l’autovettura di Sonia. Era entrato nell’autorimessa e aveva osservato l’auto. Aveva aperto la portiera del lato guidatore: nell’abitacolo tutto era in ordine. Si era accomodato e aveva osservato che la chiave era inserita nel quadro. C’era uno strano odore, acre e dolciastro. Si guardò intorno: i sedili erano liberi. Pigiò il pulsante di apertura del portellone del vano bagagli. Uscì rapidamente
dall’abitacolo, richiuse la portiera e andò sul lato posteriore dell’auto. Un presentimento lo colse, sollevò lentamente il portellone: il cadavere della moglie era all’interno del bagagliaio con piedi e mani legati da nastro adesivo per pacchi; altro nastro avvolgeva il capo girando dalla bocca dietro ai capelli e coprendo anche il naso.
La perizia autoptica eseguita all’ospedale San Bortolo di Vicenza aveva stabilito che Sonia Carraro era morta per asfissia. Il decesso era avvenuto poco dopo le diciotto. Il dottor De Benedictis, medico legale di fiducia della Procura, aveva accertato che un colpo inferto alla donna nella zona occipitale l’aveva soltanto stordita e il decesso era avvenuto dopo che gli aggressori l’avevano avvolta con il nastro adesivo. La morte era sopraggiunta in un arco massimo di tempo di circa un’ora, visto che in base alla ricostruzione, l’aggressione era avvenuta poco dopo le diciassette.
Probabilmente, in un primo momento, i malviventi non si erano resi conto della morte della donna. Dopo averla legata e imbavagliata, i banditi avevano rovistato negli armadi e messo le mani in tutti i cassetti alla ricerca di denaro e preziosi. Quindi, dopo che ne avevano constatato il decesso, avevano chiuso la donna nel bagagliaio, forse per guadagnare tempo, e si erano allontanati indisturbati.
Effettivamente mancavano alcuni oggetti d’oro di modico valore e il denaro che Sonia teneva nel portafogli.
Il maresciallo Baricco e i suoi uomini avevano controllato attentamente le porte e le finestre: erano ben chiuse e non presentavano segni di effrazione. Anche il giorno dopo, con la luce del sole, le imposte erano state nuovamente controllate: erano intatte.
Secondo quanto dichiarato dal marito, difficilmente Sonia avrebbe aperto la porta a degli estranei. Era stato ipotizzato che la vittima avesse aperto a qualcuno di sua conoscenza. Ma chi? Altra ipotesi: i banditi erano in possesso di una copia delle chiavi e si erano introdotti in casa iniziando a rovistare dappertutto senza trovare ciò che cercavano. Avevano atteso il rientro della signora Carraro e l’avevano minacciata per farsi consegnare quanto volevano, ma la donna aveva opposto resistenza. Ma come erano riusciti i malviventi ad impossessarsi di una copia delle chiavi?
In ogni caso, dei criminali nessuna traccia. Unica testimone la collaboratrice domestica dei vicini di casa che aveva notato come fin dal mattino tre uomini avessero indugiato davanti alla villa dei coniugi Bolfe. La donna aveva sentito che i tre parlavano in tedesco ed era sicura che fossero “foresti”.
Fonti confidenziali del maresciallo Baricco avevano confermato la presenza dei tre, arrivati dalla Germania.
La Procura della Repubblica aveva aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio e rapina. Il fascicolo era stato assegnato alla dottoressa Giulia Clementi.
Poco dopo mezzanotte, Giulia Clementi telefonò al maresciallo Baricco:
– Dove sei?
– Ancora a casa della signora Campesan, stavo giusto per congedarmi.
– Novità?
– Nessuna. Abbiamo telefonato ad altri amici del signor Campesan, ma l’uomo sembra che non sia mai stato visto.
È uscito alle quattro meno qualche minuto e a quell’ora, con il caldo di questi giorni, non c’era anima viva per le strade. Ho interpellato alcuni vicini di casa, ma nessuno l’ha mai visto.
– È uscito a piedi o con l’auto?
– L’auto è rimasta in garage. E a piedi non può essersi allontanato di molto. È un sequestro anomalo, ammesso che si tratti di sequestro.
– Cosa te lo fa supporre?
– L’uomo si è allontanato volontariamente. È uscito ad un’ora inconsueta, secondo il racconto della moglie. La signora Bertilla, infatti, riferisce che il marito era solito uscire per le diciotto, quando è più fresco, per rientrare all’ora di cena.
– È andato ad un appuntamento.
– Sì, è probabile che avesse un appuntamento con qualcuno che lo aspettava poco distante dalla casa. Inoltre, il cavalier Campesan è sofferente di cuore, sia pure non in modo grave. Assume diversi farmaci, ma non ha portato nulla con sé. Segno che contava di rientrare.
– Telefonate?
– Silenzio assoluto.
– Chiamami se ci sono novità.
– Certamente. Buona notte, dottoressa.
Tornò a distendersi sulla sdraio e a osservare le stelle. Il suo volto, dopo la separazione, era diventato più bello, con i lineamenti più morbidi e rilassati. Aveva cambiato pettinatura. I capelli erano sempre tenuti corti, ma, su consiglio del parrucchiere che aveva proposto un taglio di tendenza, come si usa dire, adesso erano sfilati, con lunghezze maggiori nella parte anteriore della testa e più corte in quella posteriore. La nuova acconciatura valorizzava decisamente il suo viso. Gli occhi, di uno straordinario blu intenso, sembravano più grandi. Il suo sguardo, attento e profondo, e il suo sorriso spontaneo la rendevano istintivamente simpatica.
Era consapevole delle trasformazioni del suo volto, e se ne compiaceva, ma detestava i vanitosi. Quando le capitava di trovarsi da sola davanti a uno specchio, di solito davanti a quello del bagno, al mattino e alla sera, indugiava a osservarsi e si accarezzava la pelle con la parte superiore delle dita. Provava un senso di soddisfazione notando come in così poco tempo fosse riuscita ad allontanare ogni traccia di dolore. E questo per lei era molto importante, più della bellezza.
Tante volte giocava a fare le boccacce. Ne faceva di buffe, spiritose: un vero divertimento. Altre volte si lasciava andare a espressioni orribili e grottesche. Riusciva a distorcere i tratti fino a ottenere atroci deformazioni. Poi rimaneva immobile e considerava che solo l’uomo è l’essere vivente in grado di essere crudele e malvagio.