Quel mese di gennaio era stato particolarmente freddo.
La temperatura era rimasta quasi sempre sotto lo zero. Solo in alcuni giorni, e solo  nelle ore pomeridiane, era salita a due o tre gradi al massimo sopra lo zero. La gente diceva che un gennaio così freddo non si era mai visto. A Vicenza non pioveva da più di tre mesi. Tutti si lamentavano per la siccità, per la mancanza di neve sull’Altopiano di Asiago, per i gas e le polveri sottili che rendevano l’aria irrespirabile, per le malattie respiratorie e per l’influenza.
     Una densa nebbia avvolgeva la città. Tutto appariva grigio: il cielo, le strade e le automobili, le case, i capannoni delle fabbriche. Solo verso mezzogiorno il cielo diventava più chiaro e si intravedeva appena un sole pallido, smunto, e che somigliava alla luna.

Quel lunedì mattina la nebbia era fitta e il traffico molto intenso. Nel grigiore le auto comparivano lentamente come occhi di gatti che avanzano ordinati in fila. Il noioso e monotono rumore mattutino veniva interrotto ogni tanto dalle sirene delle ambulanze e delle auto della polizia.
    Anche in corso Santi Felice e Fortunato la nebbia inghiottiva ogni cosa.
 – Ce l’abbiamo fatta, siamo arrivate quasi in orario – disse Luisa Brunello alla sorella che le sedeva a fianco.
    L’auto si fermò negli appositi spazi consentiti per la sosta, a pochi passi dal portone del Centro per la donna.
 – Cosa c’è, Vale? Perché non scendi? – chiese Luisa.
 – Ho paura. Non me la sento – rispose Valentina con un filo di voce.
 – Ma è già la sesta o settima volta che veniamo qui! – replicò Luisa con tono materno.
 – Questa volta è diverso. C’è un giudice che mi farà domande e io ho paura – mormorò singhiozzando.
 – La psicologa ha detto che non si farà nulla contro la tua volontà, che tutto resterà segreto e che non ci saranno processi. Dai, scendi – intimò Luisa con tono supplichevole, ma deciso.
    Valentina aprì la portiera, scese e si accese una sigaretta. Lentamente si avvicinò al portone aspettando che la sorella terminasse la manovra di parcheggio. Tremava dalla paura, più che dal freddo. Era una bella ragazza di diciannove anni, magra, i capelli scuri, ricci e lunghi le coprivano in parte la fronte. La pelle era bianchissima, ma sana e compatta. Sul viso risaltavano due grandi occhi, scuri come la notte. Aveva un piercing sotto il labbro inferiore, verso destra e indossava dei jeans e un giubbottino bianco, leggermente sfiancato, con cappuccio. Dalla manica destra uscivano giusto due dita per tenere la sigaretta che aspirava in modo nervoso. Quando giunse la sorella gettò via la sigaretta e pigiò il pulsante del citofono. Il portone si aprì senza che nessuno avesse chiesto chi fosse.
     Le due donne si accomodarono in una saletta dove erano state sistemate vecchie sedie in formica di colore verde acqua. L’attesa fu breve. Sulla porta si affacciò la dottoressa Luciana Morsolin, psicologa del Centro:
 – Buon giorno. La dottoressa Clementi è già qui. Iniziamo subito. Valentina, vieni! – incitò sorridente e sicura.
     Luisa rimase nella sala d’attesa. Valentina si avviò mogia dietro l’operatrice la quale, dopo pochi metri, si girò e rivolgendole un largo sorriso la prese sottobraccio:
 – Vedrai che la dottoressa Clementi non ti mangerà. È molto comprensiva. Sei stata bravissima finora.
     La ragazza si sentì rassicurata, ma solo un poco.
     Nella stanza scarsamente arredata, attorno al tavolo quadrato, posto al centro, c’erano, in piedi, Carla Ambrosini, assistente sociale, e la dottoressa Giulia Clementi, pubblico ministero, piemme, presso la Procura della Repubblica di Vicenza. Dopo i saluti e le presentazioni ciascuna prese posto a un lato del tavolo.
 – Che scuola fa, Valentina? – chiese Giulia Clementi.
 – L’ultimo anno dell’Istituto Tecnico Boscardin. Ma, per favore, non mi dia del lei – mugolò la ragazza.
     Il piemme sorrise e proseguì:
 – D’accordo. Come vai a scuola?
 – Fra pochi giorni daranno la pagella e penso che il primo quadrimestre, nonostante tutto, non sia andato male.
 – E con i genitori?
 – Tutto okay, a parte qualche discussione. Mio padre è all’antica. Però non mi lamento, i miei mi vogliono molto bene.
 – So che hai una sorella.
 – È più vecchia di me di due anni. Andiamo d’accordo, siamo molto amiche.
 – Te la senti di parlare di quella notte? – chiese Giulia Clementi con un sorriso rassicurante.
 – Ci provo – rispose a bassa voce, toccandosi nervosamente i capelli.
     Valentina Brunello fece una pausa, respirò profondamente, quindi iniziò il racconto:
 – Ho frequentato un ragazzo l’estate scorsa.
 – Come si chiama? – interruppe il piemme.
 – Eravamo d’accordo con la dottoressa Morsolin che non avrei fatto nomi – si lamentò Valentina.
 – Giusto – confermò la psicologa: – non devi fare alcun nome. Vai pure avanti.
 – C’eravamo conosciuti due anni fa ad una festa. Al termine lui mi chiese se potevamo vederci ancora. Io risposi di sì. Ci siamo messi insieme. Ma l’estate scorsa ci siamo lasciati. In agosto lui è andato in vacanza in Croazia con alcuni amici. Al rientro l’ho trovato cambiato. Ho subito pensato che ci fosse un’altra, ma lui negava. Un giorno che eravamo nella sua macchina,  fece una breve sosta per prendere il pane e altre cose: scese e io rimasi in auto ad aspettarlo. Presi il suo cellulare e vi trovai delle foto. In alcune baciava una ragazza, in altre la stessa ragazza era distesa nuda in riva al mare. Guardai i messaggi. Su molti compariva il nome “Sonia”. Ne lessi alcuni: contenevano parole d’amore. Aprii anche i messaggi inviati: “Ti amo, mi manchi, non vedo l’ora di vederti” e altre frasi simili.
Ero frastornata. Quando risalì in macchina chiesi immediatamente delle spiegazioni. Prima mi fece una scenata perché mi ero permessa di curiosare nel suo cellulare, ma vista la mia insistenza, dopo che si fu calmato, mi spiegò che si trattava di una ragazza di Verona conosciuta in Croazia, ma che tutto era finito e che non dovevo preoccuparmi. Litigammo, scesi dalla sua auto e tornai a casa in autobus.
     Valentina fece una pausa, aprì lo zainetto ed estrasse il fazzoletto per asciugarsi gli occhi gonfi di lacrime.
 – Questo ragazzo è di Vicenza?
 – Sì.
 – Vi siete rivisti dopo?
 – Ci siamo sentiti per telefono lo stesso giorno, ma io gli ho risposto che non volevo saperne più di lui e così non ci siamo più rivisti fino a quel sabato sera, l’ultimo dello scorso ottobre. Con un’amica sono andata al Palladium Club.
Speravo di poterlo vedere, mi piaceva ed ero ancora innamorata di lui. Verso l’una è arrivato. Era con altri tre che non avevo mai visto prima. Quando si è accorto di me ha lasciato i suoi amici e si è avvicinato. Mi ha chiesto come stavo, io gli ho risposto bene, ma in modo freddo. È rimasto lì senza parlare, guardando gli altri che ballavano. Dopo un po’ mi ha detto: ti penso tutti i giorni. Stavo per rispondere anch’io ti penso, ma ho preferito non dire nulla e sono rimasta in silenzio. Mi ha invitato a ballare. Ho accettato. Ogni tanto mi sussurrava: mi manchi. Dopo avere ballato, mi ha presentato ai suoi amici. Erano pieni di cocaina. Non mi piacevano i suoi amici.
 – Ricordi i loro nomi? – chiese il piemme.
 – Ne ricordo uno, ma lasciamo stare i nomi.
 – Quanti anni potevano avere?
 – Il più vecchio una trentina, forse di più. Gli altri poco meno di venticinque anni, non saprei di preciso.
 – E dopo?
– Abbiamo ballato ancora un poco. Il mio ex ha raggiunto i suoi amici. Verso le tre la mia amica mi ha detto che doveva rientrare a casa e mi ha chiesto se volevo tornare con lei. Sono andata da lui per salutarlo. “Fermati ancora un po’. Dopo ti accompagno io”. Ero indecisa, ma ho risposto che andava bene e che non volevo stare ancora molto. Abbiamo ballato e dopo lui mi ha invitato dai suoi amici. Sniffavano. Ci siamo seduti e pure lui si è fatto una riga. Vuoi provare? mi ha chiesto. Ho risposto di no.
Ero arrabbiata. Gli ho chiesto di riaccompagnarmi a casa.
Mi ha detto: ancora un bicchiere e dopo andiamo. Io non volevo bere, ma lui insisteva. Mi basta un Aperol e non capisco più niente, figurarsi due. Ho bevuto. Non riuscivo a stare in piedi. Finalmente siamo usciti dalla discoteca. Volevo rimanere da sola con lui e invece sono saliti in auto anche i suoi amici. A un certo punto ho visto che l’auto prendeva strade diverse da quelle da me conosciute per rientrare a casa, strette e buie. Dove stiamo andando?
Ho chiesto. A casa, ha risposto il più vecchio, ridendo.
Non riuscivo a capire dove ci trovavamo. Mi girava la testa. Dopo una mezzora di macchina siamo arrivati a una casa isolata. Dove siamo? Ero spaventata. Non fare storie, scendi, mi ha detto uno tirandomi fuori per un braccio. Lasciami stare, non toccarmi! Gridai. Zitta e obbedisci, mi ha urlato il più vecchio dandomi uno schiaffo e poi un altro ancora. Ho sentito uno che diceva: puoi gridare fin che vuoi tanto qui non ti sente nessuno. Gli altri due mi hanno preso per i polsi e trascinata dentro la casa, al piano terra. Era una taverna. Il più vecchio ha detto adesso facciamo un gioco: comincia a spogliarti.
Sei pazzo, gli ho risposto e allora mi ha dato altri schiaffi.
     Valentina cominciò a piangere.
 – Non è necessario che tu racconti tutto – disse l’assistente sociale – puoi anche fermarti, se non te la senti.
 – Il resto lo sapete già – riprese singhiozzando la ragazza – il più vecchio ha continuato a darmi schiaffi gridando agli altri: spogliate la preda, toglietele i pantaloni!
 – Ma il tuo ex cosa faceva? – interruppe il piemme.
 – Stava zitto, con un sorriso da deficiente sulla faccia. Il più vecchio mi ha buttato su un letto, sembrava una furia.
Aveva uno sguardo terribile. Un demonio. Io mi sentivo come paralizzata. Cercavo di stringere le gambe, ma gli altri gridavano di smetterla. Le loro voci ancora adesso mi risuonano dentro e non riesco a mandarle via – disse Valentina, a bassa voce, piangendo – è una preda ribelle, diceva. A un certo punto mi ha puntato un coltello al collo:
adesso piantala, mi ha gridato. E tenendomi il coltello vicino al collo ha cominciato a penetrarmi facendomi un male terribile. Mi sono sentita morire.
     Valentina si fermò. Il suo viso era tutto bagnato di lacrime.
 – Bevi un po’ d’acqua – esortò la psicologa porgendo un bicchiere.
   La ragazza bevve a grandi sorsate, chiuse gli occhi e respirò profondamente.
 – Il mio ex stava sempre in silenzio, guardava. Io non capivo più nulla. Sentivo che ogni tanto applaudivano e ridevano. Alla fine uno mi ha preso per i capelli, mi ha trascinata in bagno: lavati! mi ha detto. Perdevo sangue.
Mi sono lavata come ho potuto. Sono tornata nella stanza e mi sono rivestita. Erano fatti di cocaina e puzzavano. Mi veniva da vomitare. Un odore che  dopo quella notte mi torna spesso in mente e che mi provoca contrazioni allo stomaco.
 – Oltre a quello che hai chiamato il più vecchio, chi ti ha violentato? – chiese il piemme.
 – Gli altri due.
 – Il tuo ex no?
 – No.
   Valentina fece una lunga pausa. Quindi riprese:
 – Portami a casa, ho supplicato. Siamo saliti in macchina. Mi sono seduta davanti per non sentire il loro contatto. Non riuscivo a capire dove fossimo. Ho riconosciuto la strada solo quando eravamo vicino a Vicenza. Quando siamo arrivati davanti al portone di casa il più vecchio ha detto: vedrai che la prossima volta andrà meglio e ti piacerà. Mentre mi allontanavo, ho sentito uno che rideva. Sono salita in casa. Luisa si è svegliata e si è alzata. Ha visto le mie condizioni. Io mi sono messa a piangere.
 – I tuoi genitori non hanno sentito nulla? – chiese Giulia Clementi.
 – Non c’erano. Erano partiti per il ponte del primo novembre. Loro non sanno niente. Non voglio che sappiano.
 – Sei andata al pronto soccorso o dal medico?
 – No. Non volevo che qualcuno sapesse. Mi ha curato la mia dottoressa. Luisa mi ha dato una mano, è stata brava.
 – E dopo? Hai avuto problemi fisici, di salute?
 – Sono stata male per un mese. Adesso sto meglio.
– Come hai saputo del Centro?
 – È stata mia sorella a parlarmene. Aveva letto un articolo sul giornale. Ha insistito perché venissi al Centro. Qui sono stata aiutata, mi sono trovata bene.
 – Sapresti riconoscere gli amici del tuo ex?
 – Penso di sì, ma io non voglio fare denunce, ho paura. Io voglio solo dimenticare, cancellare. Non voglio che i miei sappiano. Non voglio che si sappia in giro quello che mi è successo – disse Valentina tra le lacrime, ma con voce ferma, carica di rabbia.
 – Non è necessaria alcuna denuncia – s’inserì l’assistente sociale.
 – Non so cosa vuol dire fare una denuncia. Io non me ne intendo di cose legali. Ho accettato di raccontare quello che mi è successo perché mi  è stato assicurato che il mio racconto serve a lei per conoscere meglio questo fenomeno delle violenze.
 – È vero – confermò il piemme.
 – E se vuole che glielo dica – incalzò Valentina – io lo so bene che gli stupri avvengono con una frequenza maggiore di quanto si possa immaginare. Conosco molte ragazze che hanno subito violenze di ogni tipo. Alla fine si preferisce tacere. Meglio tenersi le paure e le angosce piuttosto che parlare.
 – Perché non parlarne, invece?
     Valentina sorrise, un sorriso appena accennato, quasi sarcastico:
 – Io non voglio finire in un processo, con le televisioni che fanno sapere tutto a tutti. Nessuno deve conoscere la mia storia, né i miei genitori, né altri. E poi, dottoressa, si ricordi che chi è stata violentata non ha nessuna prova contro gli aggressori. Sono sicura che loro diranno che mi sono inventata tutto, che sono una pazza.
     Rimasero tutti in silenzio. Neppure Giulia Clementi, che di onere della prova s’intendeva, osò replicare.
 – Un’ultima domanda – riprese il piemme – hai più rivisto il tuo ex?
 – Dopo una settimana venne a trovarmi all’uscita di scuola.
Non me lo aspettavo. Stavo andando a prendere la mia bicicletta. Lui si è avvicinato. Cosa vuoi ancora? Gli ho chiesto. Volevo dirti che mi dispiace, ha risposto. Non potevo crederci. Lurido vigliacco, sparisci, gli dissi con tutto il disprezzo che avevo in corpo. Poi più nulla, nessun contatto.
 – Può bastare – concluse Giulia Clementi – sei stata bravissima. So che stai seguendo il programma con ottimi risultati.
 – Adesso cosa succederà? – chiese Valentina.
 – Non succederà nulla. Non ci sarà alcun processo.
     Il piemme salutò e si avviò verso l’uscita.
     Giulia Clementi era arrivata a Vicenza da oltre un anno.
Proveniva dalla Procura di Palermo, dove era stata collaboratrice del Procuratore Giuseppe Turone che l’aveva voluta nel pool antimafia. Era sposata con un medico, pure lui siciliano. Questi aveva vinto un concorso ed era stato nominato primario all’Ospedale di Bassano del Grappa.
Avevano deciso di stabilirsi a Vicenza. La coppia aveva una figlia di sei anni.
     Giulia Clementi, trentasette anni, era una bella donna, carnagione scura e sensuale, portava i capelli castani corti perché, diceva, “non aveva tempo per andare dietro ai capelli”. Gli occhi, di un bel blu scuro, erano brillanti;
lo sguardo era calmo e allo stesso tempo determinato.
     Si fece stimare ben presto dai colleghi e dal foro vicentino. Pretese fin dall’inizio che non la si chiamasse sostituta o procuratice o, tanto meno, pubblica ministera. Preferiva la forma maschile: il pubblico ministero e, più semplicemente, il piemme.
     Il corso era invaso da una densa foschia che non lasciava filtrare i raggi del sole. Gli odori acri e nauseanti delle concerie si mescolavano a quelli degli scarichi delle automobili, rendendo l’aria puzzolente e irrespirabile.
     Giulia Clementi si incamminò. Aveva voglia di camminare, nonostante il freddo e l’umidità.
      Era stata lei a volere la costituzione del Centro. Oramai a Vicenza venivano segnalati numerosi stupri, ma, si sa, la gran parte di essi non veniva denunciata dalle vittime. La proposta aveva trovato un’accoglienza favorevole nel Comando dei Carabinieri e negli amministratori della città che avevano messo a disposizione una sede e gli assistenti sociali. Il Centro aveva iniziato a funzionare da pochi mesi e già molte donne si erano rivolte chiedendo aiuto e iniziando percorsi di sostegno e recupero. Nella gran parte dei casi, si trattava di violenze in famiglia: abusi di mariti, zii e perfino nonni. Poche erano le donne che si erano rivolte al Centro per stupri subiti al di fuori dell’ambiente familiare. Tutte dichiaravano di non voler denunciare il violentatore. Chiedevano un aiuto di tipo psicologico e non volevano sentirne di rilasciare dichiarazioni sugli autori dei reati.
     Giulia Clementi era arrabbiata. Non ce l’aveva con le donne che non parlavano, ma con il mondo e con i maschi. Spesso le venivano in mente le parole di un criminale che lei era riuscita a far condannare. Durante il dibattimento, nel corso dell’esame, l’imputato con una certa spavalderia aveva dichiarato: “Lo stupro è una droga, si stupra per sentirsi padroni del destino di una donna”. Ricordò di aver pensato coglione, passerai il resto della tua vita in cella. Ti illudi di decidere sul destino degli altri, non sai cos’è una relazione d’amore, sei solo un lurido assassino. Ricordò che non aveva pronunciato quelle parole, non poteva, ma che si era limitata a commentare: “La lascio alle sue convinzioni”.
     Giunse in corso Palladio. I palazzi palladiani, avvolti nella nebbia, creavano inquietanti opalescenti scenografie.
     Improvvisamente, così, senza alcuna ragione o causa, sentì una forte nostalgia del sole caldo della  Sicilia. Pensò che erastato un vero peccato non essere andata a Palermo a Natale.
Ma Roberto De Luca, suo marito, era stato impegnato in un convegno di studi organizzato con l’università di Verona.
     Le vennero in mente le immagini di lei, ragazza, che correva sui verdi prati della campagna dei nonni. Correva tanto finché, sfinita, si lasciava cadere sull’erba ai piedi dei grandi alberi di mimosa. Tratteneva il fiato e rimaneva immobile a guardare i fiori che si stagliavano, come stelle dorate, nell’azzurro del cielo.